intervista a marco grazzini

Intervista esclusiva a Marco Grazzini, collaboratore tecnico del Tau e responsabile, grazie alle sue competenze specifiche, dei progetti sociali del club rivolti a persone con disabilità.

Il tuo lavoro ti ha portato ad avere una sensibilità spiccata per il tema della disabilità, in particolare di cosa ti occupi per Anffas?

Sono un educatore specializzato in autismo e mi occupo appunto di adulti con autismo all’interno del Servizio Progetto Lavoro, che gestisce l’omonimo servizio di centri diurni in accordo con Anffas. Inoltre, sempre per la cooperativa Progetto Lavoro, svolgo da maggio scorso anche l’attività di coordinatore del personale. Il primo contatto con la disabilità risale al 1995, quando ho svolto il mio servizio di obiettore di coscienza che mi ha portato a scoprire un mondo incredibile, fatto di ostacoli superati quotidianamente, di scoperte, di progettualità continua, che nel tempo sono diventati il bagaglio dal quale attingo nello svolgimento del mio mestiere di educatore.
Il Servizio Progetto Lavoro, fin dal 1983, si occupa di accogliere utenti in uscita dal percorso
scolastico attraverso un percorso formativo e educativo che utilizza il lavoro come stimolo e
strumento per sviluppare le potenzialità di ciascuno. L’attività ergoterapica si è concretizzata in una
serie di laboratori che vanno dalla lavorazione del legno alla coltivazione di fiori e piante aromatiche, fino alla produzione di piccoli lavori di editoria. Questo ampio ventaglio di possibilità è riuscito nel tempo ad includere nel ciclo produttivo diversi livelli di capacità. La strutturazione per fasi delle lavorazioni e il ritaglio di momenti di intervento individualizzato hanno consentito poi di integrare anche un gruppo di utenti con sindrome autistica, area in cui i bisogni sono crescenti e le risposte complesse.

Che tipo di relazione c’è tra calcio e disabilità e come è possibile tenere insieme queste due realtà
apparentemente così distanti?

Il calcio sembra essere molto lontano dalla disabilità perchè in esso si vanno a ricercare le performances nelle quali le componenti psico-fisiche devono per forza essere eccellenti, ma in realtà, i due mondi hanno diverse cose in comune. Dalla necessità di organizzazioni all’interno delle quali poter far esprimere il singolo in base alle sue potenzialità, alla capacità di potersi realizzare e sentirsi felice attraverso il raggiungimento di un obiettivo. Trovo interessante il parallelo tra il mio mestiere di educatore e quello di allenatore: entrambi hanno o dovrebbero avere come scopo, quello di essere coach nel senso etimologico del termine, vale a dire condurre l’altro verso l’acquisizione di competenze/abilità da poter mettere in pratica quando necessario. L’educatore, quanto l’allenatore, assolve il proprio compito rendendosi gradualmente non indispensabile per l’altro, sia esso un adulto con autismo sia esso un giocatore di calcio.

Come intendi programmare l’attività “Tau per tutti” e quai obiettivi ti poni?

L’attività “Tau per tutti” è nata grazie alla collaborazione e al supporto di Anffas Lucca con i primi
incontri pilota che si sono svolti nel maggio scorso. E’ nostra intenzione riprenderli non appena avremo la possibilità di usufruire dell’impianto di Altopascio, quindi indicativamente per fine settembre-inizio ottobre. Si prevede la partecipazione di un gruppo di utenti del Servizio Progetto Lavoro, che si allenerà una volta la settimana e garantirà la possibilità di accogliere altre persone con disabilità che fossero interessate all’attività. Lo scopo è quello di avviare alla pratica motoria attraverso una serie di giochi con o senza l’utilizzo dello strumento palla. Parallelamente a questo aspetto, verranno stimolati i concetti di autonomia e autorappresentanza attraverso percorsi di responsabilizzazione e autonomia personale. Ci tengo a ringraziare tutti gli educatori del Servizio Progetto lavoro, gli utenti che hanno partecipato e soprattutto Simone Gamba, persona di gran spessore, che ha partecipato e ha contribuito alla nascita del progetto e alla realizzazione pratica dei primi allenamenti. Spero sinceramente che possa continuare a far parte del nostro staff anche il prossimo anno. Gli obiettivi a breve termine sono quelli di costruire un’attività motoria che sia divertente, stimolante e che possa essere il volano con il quale lavorare sulle autonomie degli utenti; gli obiettivi a lungo termine invece sono quelli di creare qualcosa che possa durare nel tempo attraverso l’allargamento dello staff “tecnico-educativo” in modo da potersi aprire ulteriormente al territorio, assorbendone le esigenze, mantenendo una specificità educativa.

Quali sono i benefici che l’attività sportiva può dare ai ragazzi con disabilità e cosa ti ha dato?

I benefici della pratica sportiva sono di diversa natura: dagli aspetti organici legati alla cultura del
movimento, a quelli psico-pedagogici legati alla capacità di portare a termine un determinato compito, a quelli legati all’autonomia sia per quanto riguarda la cura della persona (sapersi fare la borsa, vestirsi, fare la doccia, asciugarsi i capelli ecc) e la capacità di autodetermnazione (saper chiedere, saper pagare, rapportarsi direttamente o attraverso l’uso della comunicazione aumentativa). Per quanto riguarda l’effetto che questo progetto ha avuto su di me è stato di riscoperta di alcuni lati più organizzativi da una parte e ludici dall’altra che mi hanno fatto tornare indietro nel tempo alle mie prime esperienze sul campo. I feedback positivi ricevuti sia dagli utenti che dalle componenti dirigenziali di Anffas e Tau mi hanno fatto capire che questo può essere davvero un progetto importante e che possa portare benefici a tutti i soggetti chiamati in causa.

Quali sono le cose che si possono fare per modificare questo stato di cose?

Credo che il modo di pensare e di vivere a contatto con la disabilità necessiti ancora di avanzamenti, perchè i cambiamenti culturali sono quelli più difficili da fare. Ci vuole un lavoro continuo, paziente e di grande coraggio, ci vogliono piccoli progetti concreti dai quali partire e credo che proprio per questo motivo sia meritorio che una società importante come il Tau abbia pensato ad uno spazio di inclusione nel quale le persone con disabilità possano riuscire ad esprimere le loro capacità.

Sei nella nostra società praticamente da quando è nata con responsabilità sempre maggiori, cosa ti ha dato questo rapporto?

I miei percorsi “professionali” Tau e Anffas hanno camminato su binari paralleli per tutti questi anni
essendo iniziati pressochè in contemporanea (Tau dal 1994 e Anffas dal 1995), hanno occupato buona parte della mia vita in età adulta e finalmente ho avuto il piacere di farli incontrare.
In questi anni, grazie alla fiducia del presidente e di tante altre persone con le quali ho lavorato a stretto contatto, sono cresciuto professionalmente e umanamente, diventando l’uomo che sono adesso. Sento profondo l’orgoglio e la responsabilità nel far parte della famiglia amaranto.
Mi ha colpito molto una frase del presidente Semplicioni che ha assistito al primo “allenamento” con i
ragazzi disabili e subito dopo mi ha scritto: “Bella cosa..davvero. A volte basta poco”.
Credo che a volte basti veramente poco per far funzionare bene le cose e in questo mi ha aiutato il mio mestiere di educatore. Chiunque svolga professioni basate sulla relazione d’aiuto sa che sono le piccole cose e la continuità che poi danno vita ai grandi cambiamenti che fanno crescere. Chiunque si avvicini al mondo della disabilità capirà quanto sia importante lavorare tutti insieme e fare squadra per raggiungere degli obiettivi, che è necessario lavorare affinchè le debolezze possano trasformarsi in punti di forza attraverso la fatica, l’impegno e la voglia di andare avanti oltre i propri limiti. Gli stessi principi da sempre sono stati secondo me il segreto della crescita a questi livelli del Tau Calcio. Il motto scelto dalla società #NOISIAMOTAU è l’emblema di quello che pensiamo e di
come vogliamo continuare a crescere.

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