Il nostro staff: intervista a Federico Secchiaroli

Con Federico Secchiaroli ci eravamo lasciati tanti anni fa quando, insieme al suo amico Iacomini, era una promessa del calcio. Ceduto alla Fiorentina è passato poi nella Nazionale U15 che sarebbe dovuta andare a giocare in Brasile. Poi la vita cambia, la fortuna gira le spalle e una serie incredibile di infortuni ha rallentato e poi fermato la rincorsa al suo sogno.

E’ stato difficile rinunciare al calcio giocato, come sei riuscito a ripartire, soprattutto sotto il profilo morale?

All’inizio non l’ho presa bene, ero deluso, perché quando fai dei sacrifici speri di raggiungere certi obiettivi e mi sono allontanato dall’ambiente calcistico per alcuni anni. Passati i primi momenti, poi ti rendi conto che gli infortuni sono dei rischi che metti in conto quando fai questo sport e devi reagire. Fortunatamente ho sempre fatto un percorso parallelo sport-scuola consentendomi di laurearmi in scienze motorie, diciamo che mi sono lasciato una porta aperta per rientrare nel mondo del calcio con un altro ruolo. 

Non ti sei allontanato dal presidente Antonello Semplicioni e dal Tau, quali sono oggi i tuoi compiti sul campo?

Ho iniziato a lavorare al Tau nel 2007-2008 facendo il responsabile motorio di tutte le categorie, dagli allievi agli esordienti, e svolgevo questo compito da solo. Poi per dare qualità al lavoro ho chiesto dei rinforzi e da alcuni anni svolgo la funzione di preparatore atletico solo della prima squadra e degli allievi A e B, mentre nelle categorie inferiori la società, incentivata anche da me, ha investito inserendo altre figure che coordinano la fascia dei giovanissimi e le categorie dei piccolini e poi c’è un preparatore di raccordo che fa il recupero degli infortunati. 

È molto cambiato il calcio giovanile rispetto a quello che giocavi te 20 anni fa? Nei ragazzi è cambiato il modo di avvicinarsi a questo sport? Sono più distratti dalle tante cose che li circondano?

Il mondo in generale è cambiato, quindi anche i ragazzi rispetto a quando giocavo io, ma anche rispetto a quando ho iniziato ad allenare 15 anni fa, sono cambiati. Per me il calcio è sempre stata la priorità e poi veniva il resto, oggi invece il calcio è uno dei tanti interessi che i ragazzi hanno all’interno di una realtà più complessa. Ma i ragazzi del Tau sanno che sono dei “privilegiati” e prendono tutto molto seriamente, avendo anche l’ambizione di fare un percorso calcistico importante.

Tu eri un attaccante, ti rivedi in qualcuno dei ragazzi che alleni? Quali sono i requisiti, e se sono cambiati rispetto al passato, che deve avere un ragazzo per interpretare al meglio questo ruolo?

Questa domanda è la più difficile se penso a tutti i ragazzi che ho visto in questi anni; mi è capitato di rivedere in qualcuno qualche caratteristica ma è complesso indicarne uno in particolare. Io giocavo da seconda punta, ero abbastanza tecnico e rapido ma non avendo una grande struttura dovevo essere sicuramente più intuitivo e astuto degli altri. Chi fa l’attaccante deve essere molto determinato e caparbio nell’interpretare il ruolo perché deve essere quello che finalizza. 

Oltre a fare il preparatore delle squadre più grandi, fai anche altre cose in relazione alla tua professione?

Ho sempre cercato di fare altro in parallelo al calcio, da quando ho concluso gli studi ho lavorato per diversi anni in un centro fitness a Montecatini e poi dallo scorso anno mi sono dedicato all’insegnamento nelle scuole. 

Il tuo sogno nel cassetto, sportivamente parlando?

Vivo molto alla giornata, pianifico a breve termine e ogni volta raggiunto un obiettivo penso al successivo. Quindi se devo pensare ad un sogno, al momento è quello di finire nel miglior modo possibile questo anno calcistico che ad ora ha dei buoni presupposti.

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